Una Muzungu in Kenya: chiacchierata con Diana Facile

Partire per l’Africa è stato il mio sogno fin da quando ero una ragazzina.
Tutta colpa di mia mamma che, in gravidanza, era andata in fissa con “La mia Africa”!
O responsabilità di qualche vita precedente trascorsa sotto l’equatore.

Di Kenya, Africa e viaggi, ne abbiamo parlato con Diana Facile, ideatrice del blog “La Globetrotter” e autrice del libro “Sulle Strade del Kenya” , edito da Alpine Studio, che di partenze, ne ha compiute tante, tantissime e che nel grande continente c’è stata diverse volte.

Ci siamo trovate concordi su plurimi punti.
Il primo di questi è che il Kenya non è un paese “semplice” o “facilmente gestibile” da visitare, pur essendo molto turistico.
E’ molto visitato, forse troppo oppure solo contaminato da un tipo di turismo che ha esacerbato le differenze tra occidentali e locali, seminando disparità e pregiudizi su un terreno già fortemente inquinato dall’esperienza drammatica della colonizzazione.

“Bianchi e Neri – Musungu e Mofilika”. In certe zone, in particolare, pare esserci un muro molto alto che, forse, solo la lunga conoscenza reciproca può riuscire a scalfire.

Viaggiare da sola in Kenya è stato impegnativo per entrambe, a tratti faticoso, per certi versi ha lasciato segni indelebili e sicuramente ha concesso dei doni preziosi.

Masai Mara, Kenya, 2015

Ho deciso di partire per il Kenya, nel 2015, come parte del mio primo viaggio in solitaria, dopo aver cambiato vita la prima volta e per volontà della quindicenne che sono stata. Ero ancora decisamente immersa nel ruolo dell’operatrice sociale e quello era (ed è in parte) lo sguardo con cui mi muovevo nel mondo.

Quel viaggio mi ha fatto sperimentare cosa significa essere discriminata per il colore della pelle e anche su questo aspetto ci siamo riconosciute con Diana: quante volte capita alle persone straniere oppure a chi non ha tratti somatici caucasici, in Italia, tutt’ora? E noi, come ci siamo sentite a essere appellate “musungu” decine e decine di volte al giorno? Quanto è stato stancante? Quanto è stato “doloroso” sentire di essere diverse seppur portatrici delle intenzioni più pure della viaggiatrice curiosa che cerca di essere il meno impattante possibile? Qual è il peso della consapevolezza di appartenere -e rappresentare- la parte di mondo che ha invaso, colonizzato, esportato un certo stile di vita?
Ha portato, inoltre, sia me che Diana a contatto con il turismo sessuale: è stato frequente subire adescamenti sulla spiaggia da parte dei cosiddetti “beach boys” oppure vedere uomini e donne adulti accompagnarsi con ragazzi e ragazze molto giovani.

Bofa Beach, Kilifi, Kenya 2015

La zona di Mombasa e, in generale, la costa, oltre ad essere meravigliosa è stata molto battuta dal turismo di massa ed è quella, per esperienza di entrambe, in cui essere una “musungu” -cioè una bianca- è più rilevante. Uscire dai circuiti più frequentati permette di potersi rilassare, relazionarsi con le persone in modo più tranquillo e senza il filtro del “turista=soldi” e godersi la magia degli incontri più autentici tra esseri umani.

Io andai in Kenya, sulle colline di Ngong, fuori dalla capitale, per trascorrere un periodo in una ONG – AMANI– che gestiva diverse strutture di accoglienza per bambini e bambine di strada, progetti orientati al recupero e all’inserimento sociale di minori e famiglie in condizioni di estrema fragilità. Sono stata ospite della Casa di Anita e ho collaborato all’interno di un laboratorio sartoriale gestito dalla stessa organizzazione e da alcune ragazze madri. Credo che sia un modo interessante di entrare a contatto con la realtà di un Paese e poter, seppur in piccola parte, contribuire positivamente al sostegno di progetti virtuosi e buone pratiche grazie al proprio passaggio.

Un altro modo molto stimolante di conoscere un Paese, ed è la strada che ha percorso Diana, è quella di trovare ospitalità grazie a Coachsurfing: una piattaforma che permette di accogliere presso la propria abitazione un viaggiatore o una viaggiatrice. Non c’è denaro che circola, ma la gioia dell’incontro, dello scambio e dell’amicizia. Sicuramente, per chi si sposta, è un canale privilegiato di entrare nella realtà locale, conoscendone le sfumature ed abitudini, le usanze e condizioni. Significa uscire, talvolta ma non sempre, dalla comodità di una struttura ricettiva ma potersi godere la bellezza dell’autenticità e la possibilità di instaurare relazioni.

Sul suo viaggio in Kenya, Diana ha scritto un libro che si intitola “Sulle strade del Kenya – una muzungu tra le contraddizioni dell’Africa” che potete trovare, oltre che in libreria, sul sito della nostra casa editrice: QUI.

Abbiamo entrambe ancora gli occhi pieni di paesaggi, ma come dice un detto “Il viaggio finisce, la strada continua” e allora vi propongo di continuare a viaggiare in Kenya così:

-I romanzi di Karen Blixen, in particolare con il classicone: La mia Africa

-In cucina, grazie alla ricetta della tipica Ugali (adorabile con la verza e la cipolla!) descritta QUI

-Il libro di padre Kizito Sesana sulla condizione dei bambini di strada: Shikò.

Per approfondire il tema e magari, un giorno, partecipare ad uno dei campi di volontariato organizzati dalla ONG “Amani” sia in Kenya che in Zambia, vi consiglio di visitare il loro SITO.

Per scoprire la cultura masai, invece, sono felice di nominarvi il profilo IG di Gaia Dominici – Siankiki che in tante mi hanno suggerito.

Per domande, curiosità, testimonianze, io vi attendo nei commenti, o come sempre, anche via email.

Un abbraccio grande,

Barbara

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