E partire dal Marocco?

Negli ultimi anni, il Marocco ha vissuto una grande crescita turistica.
Complici i voli low cost, l’impermeabilità da parte del Regno alle primavere arabe che altrove hanno modificato gli assetti e reso il turismo (Tunisia, in primis) meno praticato (che non vuole dire per forza “non praticabile”) , la vicinanza con l’Europa, il Paese ha visto un grande aumento di viaggiatori arrivare e ripartire.

Arrivare e ripartire.
Talvolta, anche solo per pochi giorni.

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Mercato di ChefChaouen – Marocco 2015

 

E gli autoctoni?

Che libertà di movimento hanno i marocchini?
Potrebbero fare, in Europa, ciò che noi facciamo in Marocco?

Ne abbiamo parlato con Francesca Napoli, avvocata ed esperta in materia di immigrazione, voce e mente del profilo “Storie dell’altro Mondo”.

La risposta è molto semplice: no.
Se per noi è molto facile salire su un aereo e arrivare a Marrakech, gli abitanti non godono della nostra stessa libertà di movimento perché non tutti i passaporti hanno lo stesso potere.

Sono solo 24 i Paesi nel mondo che un cittadino marocchino può visitare senza visto. D’altra parte, chiederne uno per turismo difficilmente conduce al risultato sperato.
Le autorità consolari italiane prevedono requisiti che “limitino i rischi di emigrazione” da parte del viaggiatore: un contratto di lavoro, un conto corrente attivo ed il pagamento dei contributi presso il corrispettivo del nostro “INPS” a dimostrazione che la persona abbia una situazione socio-lavorativa stabile.
Purtroppo, spesso tutto questo non basta e sono numerose le persone che, pur disponendo di queste caratteristiche, si sono viste negare l’autorizzazione.

Cosa provoca questa disparità?
Cosa succede rendendo impossibili i viaggi legali?

Davanti ad un paese – e per semplificare parlo ora solo del Marocco- che, seppur in crescita economica, non risponde alle esigenze occupazionali dei suoi abitanti, davanti al desiderio –anche– di conoscere un continente, quello europeo, che è colone e attore di uno scambio unilaterale, davanti alla narrazione – spesso distorta– di famigliari, amici, emigrati in precedenza o di quella sostenuta -ed anch’essa falsata– dai mass media, davanti all’esigenza di mettersi in condizione di sicurezza, di scappare da un contesto persecutorio, discriminatorio e potenzialmente pericoloso cosa succede?

La risposta è molto semplice ed è sotto i nostri occhi: se le persone non possono viaggiare regolarmente e hanno bisogno di farlo, di loro se ne occuperanno i trafficanti.

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Lampedusa 2019

Da questa disparità nasce la possibilità di comprare, per esempio, un visto per lavoro stagionale fittizio [nel 2015, il costo si aggirava sui 5000 euro e lo scrivo per esperienza personale], o contrarre un matrimonio [sempre a pagamento], e, poi, crescendo per drammaticità delle conseguenze e crescita esponenziale dei rischi ai danni dei migranti: puntare alla “Fortezza Europa” tramite la rotta libica o quella di Ceuta e Melilla.

Vediamo dunque ora il Marocco non solo e non più come luogo di vacanza ma come terra di emigrazione (storica perché iniziata già negli anni ’80 prima dell’entrata in vigore del sistema dei visti ed attuale) e di transito di migranti provenienti da Mali, Senegal, Ciad, Nigeria, Gambia, Costa d’Avorio, Benin.

Cosa accade nel nord del Marocco?
Una zona molto calda è il confine con Melilla – la Spagna – Europa.
Molti migranti di origine sub-sahariana giungono sul monte Gourugu con lo scopo di oltrepassare la tripla recinzione che sposta la frontiera europea nel territorio africano e che rende infernale l’esistenza di migliaia di persone ogni anno. In questa zona sono frequenti gli attacchi da parte della Polizia, i respingimenti, gli accompagnamenti nel bel mezzo del deserto o al confine con l’Algeria, causa di morte per un numero incalcolabile di esseri umani. Storie che Francesca ha raccolto, decine di volte, nel suo lavoro da legale ed io nel mio percorso da educatrice ed assistente sociale.

La via libica non è certamente migliore: non sono io a dirlo, ma l’alto Commissario per le Nazioni Unite, che definisce i centri di detenzione per migranti come “campi di concentramento”, è l’Oxam a descrivere la situazione del Paese “un inferno in terra”. Ne parla, molto più accuratamente di me, Andrea Segre nel film “L’ordine delle cose”.

Le fonti di informazioni non mancano: in Libia accade l’inenarrabile.
Si concretizzano le peggiori scene di quelle che, Francesca, definisce “Storie dall’altro Mondo” perché è davvero in-credibile immaginare (e tollerare) che accadano sul nostro stesso Pianeta e a causa di norme stabilite dai nostri paesi.

Violenza, stupri, torture, segregazioni, ritorsioni, schiavitù sono temi frequenti nelle storie degli uomini e delle donne che hanno passato un periodo, più o meno lungo, in Libia.

Questi percorsi tortuosi, pieni di violenza, sfruttamento e morte talvolta durano molti mesi ed anni e causano alle persone che sopravvivono e giungono sulle coste europee grosse difficoltà: la perdita di tutti i propri soldi, malattie, ferite, traumi.
Limitando la libertà di spostamento, abbiamo [noi, governi europei] trasformato uomini e donne giovani, ambiziosi e desiderosi di migliorare le proprie condizioni di vita in persone, fortunatamente non sempre, ma spesso fragili, che necessitano di assistenza, ed al tempo stesso, siamo andati ad ingrassare le tasche della criminalità organizzata.

Non converrebbe forse a tutti rendere gli spostamenti legali?
Permettere alle persone di mettersi in sicurezza o cercare condizioni di vita più dignitose grazie ad un volo aereo non sarebbe oltre che più ‘giusto’ anche più produttivo?
E poi, non è priorità assoluta del Paese “controllare” gli ingressi? E allora, perché non farlo davvero, permettendo alle persone di essere identificate e di viaggiare legalmente?

La disparità relativa alla libertà di movimento di fatto palesa la differenza simbolica  suddividendo gli esseri umani in due serie: A e B.
I primi hanno il diritto di spostarsi, andare in vacanza, “costruirsi un futuro migliore” sotto l’esotico e trendy cappello dell’ “expat”; i secondi, invece, semplicemente non hanno altra strada che affidarsi a trafficanti senza scrupoli per intraprendere lo stesso cammino, alla ricerca degli stessi sogni o per mettersi in sicurezza rispetto a situazioni di discriminazione, persecuzione, guerre.

Può capitare infatti anche ad un cittadino marocchino di avere bisogno di richiedere protezione  internazionale; pur non provenendo da un Paese in conflitto, in Italia vengono riconosciute le situazioni di chi, nella propria terra natia, rischia la persecuzione per volersi convertire ad un’altra religione o a causa del proprio orientamento sessuale.
Francesca ci ha, poi, ricordato i numerosi arresti a danni di persone che hanno criticato apertamente il governo e i casi di maltrattamenti famigliari di cui le autorità non si prendono cura (e su questo punto, anche l’Italia ha bisogno di evolvere).

Più volte, durante la diretta, ci è stato chiesto: cosa possiamo fare noi?

Entrambe consideriamo di rilevante importanza l’informazione e la diffusione di conoscenze. Ciò che accade ai danni dei migranti nel bacino del Mediterraneo resta, purtroppo, oscuro ancora a gran parte della società civile e farsi ponte, essere l’anello di congiunzione “tra i due mondi” -seppur impegnativo- è necessario al fine di creare conoscenza reciproca, reale integrazione, rispetto delle differenze altrui e non essere in balia di facili –sciocche e dannose– manipolazioni politiche.
Ci sono alcuni autori e materiali che, a mio parere, sono utili da consultare:
-I documentari di Zalab (non solo in fatto di migrazioni) sono preziosi: clicca qui
-Tutto ciò che ha scritto, documentato e filmato Andrea Segre: clicca qui per il suo sito
-Alessandro Leo Grande, “La Frontiera” di cui puoi leggere la recensione QUI  poi io ti consiglio di comprarlo in libreria (e non online!)
-Il Sito di MeltingPot
-Il sito di Mediterranea Saving Humans
-Il sito del Collettivo Askavusa che, da Lampedusa, dal 2009 si batte per la libertà di movimento di tutti

Un’altra cosa possibile da fare è attivarsi, localmente, nei progetti a sostegno dell’accoglienza della popolazione migrante in condizione di difficoltà.
A seconda della zona di residenza, vi consiglio di fare una semplice ricerca online: la maggior parte delle città dispongono di un centro migranti a cui fare riferimento e  associazioni di e a favore di migranti a cui partecipare.

Per quanto riguarda Bologna, mi sento di segnalare:
Labas, centro sociale che offre diversi servizi ai cittadini stranieri
Refugees Welcome, che, su tutto il territorio nazionale, promuove l’accoglienza in famiglia
-Scuola di Italiano BY PIEDI,in centro a Bologna.

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Il Borgo di Riace dove, per anni, hanno convissuto comunità diverse nella pace e nel rispetto

Dove vanno le nuvole?
C’è scritto su questo murales sito all’ingresso del centro storico di Riace.

E dove vanno gli esseri umani? Cosa cercano? Cosa desiderano?
Perché si spostano?

Ecco.
Perché: l’invito, con cui concludo, è proprio questo.
Interroghiamoci sulle motivazioni alla base delle migrazioni contemporanee e, in generale, chiediamoci il “perché” delle cose. Sempre.

 

2 risposte a "E partire dal Marocco?"

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