Lo zaino come il paniere: leggerezza, sostenibilità e consapevolezza

Torneremo a Viaggiare, sì, forse, chissà quando, ma sopratutto, come?

Quando su IG é arrivato alla mia attenzione questo nuovo hastag: #torneremoaviaggiare mi sono fermata a riflettere. Un brivido mi aveva percorso la schiena. Qualcosa mi strideva.

Dopo poco, Fabiana e Samuela, il cuore e le ideatrici del progetto di cucina naturale e sostenibile Green Ganesha, mi hanno coinvolto in un ciclo di incontri virtuali dal titolo “Come cerchi nell’acqua”. Le dirette hanno lo scopo di aprire il dialogo su comportamenti ed abitudini che hanno un impatto -più o meno positivo- sull’ambiente che abitiamo.

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Le Green Ganesha al lavoro

Crediamo fortemente che la situazione che stiamo vivendo, questa pandemia mondiale, sia figlia dello stile di vita completamente sconnesso dai ritmi della Natura e molto lontano dal poter essere definito “sostenibile”; al tempo stesso riteniamo che proprio questo periodo possa -debba!- indurci a pensare a tutto ciò che davamo per scontato e che consumavamo in maniera automatica.

Io e le “GG” abbiamo fatto ciò che più di piace: cucinare e parlare di viaggi.

Loro due hanno, in diretta, preparato una tajine vegetariana e io, che prima avevo cucinato delle messmen, ho chiacchierato con loro sul senso dei nostri “andare”.


C’è un filo rosso molto grosso che connette il cibo al viaggio: mangiare è un modo per proseguire un soggiorno concluso e per ri-mettersi “in strada” ma è anche uno dei primi modi per approcciare l’altro, “lo straniero” e per conoscerne la cultura. E’ una delle prime cose che si fa quando si arriva in un altro paese ed è anche un modo per sognare un posto che ci attira anche se non ci siamo (ancora) stat*.

Al tempo stesso, sia il viaggio che il cibo sono mezzi per nutrirsi: da un punto di vista fisico, ma anche emotivo, culturale, spirituale. Dico sempre che il viaggio è uno strumento di evoluzione personale, ma sento così anche il cibo, soprattutto da quando ascolto di più il mio corpo che ne chiede di vegeteriano, meglio ancora vegano, sicuramente biologico e dall’origine conosciuta.

E, ancora una volta, torna in gioco la consapevolezza.

Ci siamo chieste:
conosciamo l’impatto dei nostri viaggi e quello del cibo che scegliamo?
Quanto costa, all’ambiente, quello di cui ci nutriamo?

Proponiamo di utilizzare questo periodo di quarantena per riflettere e modificare alcune delle nostre abitudini.

Per esempio. Un weekend di quattro giorni a Marrakech può costare davvero pochissimo grazie alle tante compagnie low cost, ma quanta CO2 produce un volo aereo? E’ sostenibile per concederci solo pochi giorni di “fuga” dalle nostre vite?
Che impatto ha, sulla popolazione locale che spesso non gode dei nostri stessi privilegi quanto a libertà di spostamento, un andirivieni rapido di persone che restano pochi giorni e ripartono? Cosa, realmente, vediamo di una terra in pochi giorni? Cosa ci lascia, oltre alle fotografie? E: perché?

Ripenso a Chefchaouen, la città blu nel nord del Marocco che in pochi anni è stata completamente trasformata dal turismo di massa asiatico e che, ad ora, conta ben 4 ristoranti cinesi. Un borgo che, con tutta la provincia, fa 40.000 abitanti musulmani che festeggia il capodanno del dragone rosso.

Che effetto ha avuto, guardando più vicino, il turismo da weekend, a Bologna a livello di gentrificazione e qualità di vita per i residenti? Sul mercato immobiliare, per esempio?

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Chefchaouen, Ramadan, 2015

Siamo bombardati di informazioni e stimoli, h24 e 365 giorni l’anno, abbiamo poco tempo e siamo poco sollecitat*, oserei dire educat*, a fermarci e riflettere, veramente, sulle conseguenze delle nostre azioni e sull’impatto delle nostre scelte.

Vogliamo tutto, lo vogliamo sempre, indipendentemente dalla stagione e dalla sua origine, nonostante sia lontano e noi abbiamo pochissimi giorni di ferie.

Perché?

Ci siamo mai chiest* perché desideriamo le fragole a dicembre se la Natura ce le offre con generosità a primavera inoltrata o perché dobbiamo, a tutti i costi, celebrare l’inizio del nuovo anno in Cambogia?
Se ci siamo dat* una risposta, abbiamo valutato quanto costa -tutto questo- alla comunità e all’ambiente? Lo soppesiamo: cosa conta di più?

Ma passiamo a qualcosa di concreto.

Ai banchi del supermercato troviamo, ogni giorno dell’anno (domenica inclusa), frutta che proviene da ogni latitudine del mondo. Ci siamo mai chiest* che viaggio ha fatto la noce di cocco prima di arrivare nella nostra città?
Parlando, invece, di un tipo di frutta meno esotica come gli agrumi, sappiamo che in tutta Italia abbiamo l’abitudine di consumarne e, io per prima, amo iniziare le mie giornate, in inverno, con una spremuta.

Ci siamo mai chiesti da chi sono state raccolte le arance che abbiamo in dispensa?

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Raccolta delle olive, Coop.Soc. Nelson Mandela, Calabria, 2019

Ho trascorso l’ultimo inverno a lavorare in una piccola cooperativa sociale, Coop.Soc.Nelson Mandela, che -nella Locride, in Calabria- si occupa di agricoltura biologica impiegando persone che vengono da percorsi detentivi e migranti della Piana di Gioia Tauro, coltivando agrumi e producendo olio extravergine di oliva.

Sono stata tre mesi a Gioiosa Ionica che dista pochi km da un’insegna tristemente nota: quella di Rosarno, sede della tendopoli di San Ferdinando, che è una delle zone più caratterizzate da agricoltura intensiva, sfruttamento della manodopera e caporalato, ma non l’unica.

E, grazie all’incontro con un progetto molto interessante, la cooperativa SOS Rosarno, ho appreso che non sempre queste situazioni dipendono “dalla malvagità dell’imprenditore agricolo di turno”, ma, spesso, infatti, i prezzi finali con cui la merce deve comparire nei banchi della grande distribuzione impongono tagli a pioggia fino all’ultimo anello della catena: i coltivatori. I braccianti.

[QUI il video di Gianluca Palma che ne parla]

Pagare poco, spesso, significa finanziare situazioni di grave sfruttamento.
E solitamente, ciò che nuoce agli altri (esseri umani o al Pianeta) non giova nemmeno alla nostra salute.

La stessa cosa vale sui viaggi.

Io non ho risposte sicure o pacchetti preconfezionati da vendere, ma domande.
Domande da farmi.
Domande da farvi.

(E magari qualche suggerimento da condividere:
oltre alla scelta di evitare qualsiasi genere di cibo etnico, per esempio, possiamo indirizzare il nostro acquisto in un mercato equo-solidale attento all’origine dei prodotti e acquistare, invece, il cibo di tutti i giorni a livello locale, evitando i grandi supermercati ma recandoci presso i mercati contadini.)

Ogni nostro gesto è un voto.
Pertanto, ci tocca scegliere.

Per questo mi chiedo: cosa è necessario nella mia vita?
Cosa ho bisogno di infilare nel paniere, con cui faccio la spesa, e/o nello zaino, prima di partire e cosa invece, posso -o devo- lasciar perdere?

Il paniere e lo zaino sono due immagini che mi piacciono molto.

E’ importante che siano leggeri e che trasportino ciò che serve davvero.

Quando partiamo per una lunga esperienza fuori casa, impariamo -empiricamente- a selezionare e spesso, al ritorno, guardiamo l’armadio pieno di vestiti chiedendoci: “Ma cosa mi serviva tutta questa roba?”. L’estate scorsa, dopo il #travelformediterranea, ho continuato ad utilizzare gli stessi indumenti anche una volta rientrata a Bologna. Non mi serviva altro perché stavo bene così.

Penso che con il paniere sia un po’ la stessa cosa.

Quando mi ascolto veramente e scelgo di fare “le cose” con il giusto tempo mi rendo conto ed imparo che serve molto meno.

Per esempio?

La farina.
Con questo ingrediente base sono libera!

Libera di non acquistare tutti i suoi derivati, spesso confezionati in plastica e in monoporzioni e Libera di produrli autonomamente. E’ stimolante e mi assicura prodotti buoni (magari salvo qualche tentativo fallito) e dagli ingredienti noti se ne acquisto di biologica, magari di grani antichi, certamente da un mulino del territorio.
Fa bene a me, fa bene ad un mercato sostenibile e all’ambiente.

Non abbiamo il tempo?

Anche questa è una scelta che si colloca in una scala di priorità.
Quante ore trascorriamo, banalmente, davanti alla tv?
Sui mezzi di trasporto andando/tornando da lavoro? Allo smartphone? Spesso sono ore. Tutti i giorni della settimana. Perché?

Non ho risposte, l’avevo detto… solo domande.

Qualche tempo fa, scrissi un articolo sul consumismo rispetto ai viaggi. Anche in quell’occasione fu un commento sui social che trovai irritante a suscitarmi le riflessioni.
Si legge spesso, infatti, la frase “Non sono nemmeno tornata a casa e già penso al prossimo viaggio”… Perché?

Perché non sappiamo goderci ogni singola goccia di un’esperienza e anche la malinconia derivata dalla sua conclusione?

Perché vogliamo cancellare ogni singola parte di quel malefico mappamondo di Tiger?

Perché troviamo figo segnare, sul profilo IG, il numero dei paese visitati?
E’ una cosa che detesto. Giuro.

Perché non ci fermiamo ad ascoltarci, veramente, prima di seguire questo compulsivo istinto bulimico che ci porta a partire ogni weekend e mangiare qualcosa senza saperne l’origine?

Da dove nasce questo stile di vita se non nel profondo sdradicamento dai ritmi della Natura e dal nostro, più profondo, sentire?

E fossimo vicin* al nostro sentire, avremmo così tanti bisogni da soddisfare in modo fugace?

Avremmo così tanta “fame”?

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Piedi sulla Terra, 2015

Beh, ho parlato tanto.
Mi fermo qui, anche se potrei andare avanti per ore e troverò il modo, in queste settimane, di suscitare riflessioni a riguardo. E’ tempo. E’ urgente.
Se, nel frattempo, un po’ di appetito vi n’è venuto QUI trovate la ricetta della tajine e QUI, presto, quella delle mssemen.

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Spezie per la Tajine, Marocco, 2015

Io ringrazio per la vostra attenzione,

abbiate cura di voi,

Barbara

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