Un vegan chay per il mio (primo) ritorno in India

Non tornavo in India da più di due anni.
Cioè, non ci tornavo nemmeno con la testa. Col corpo fisico sono ferma come tutte/i.

Dicevo, non tornavo in India da un sacco di tempo.
Sarà che non è stato amore a prima vista, sarà che abbiamo girato il Rajasthan troppo velocemente infilando treni dopo esperienze dopo Taj Mahal dopo tuk tuk a veloci folli e treni e ostelli di pessimo livello…
Sarà che là le persone sono abituate al turismo e mi sentivo -ancora una volta- un pollo da spennare. Bianco.
Sarà che con l’India è finita malissimo: su una barella di ospedale distrutta dai conati di vomito e dai singhiozzi.

bty

Piangevo perché, ancora una volta, mi ritrovavo ad essere la ricca occidentale che oltre a potersi spostare, se s’ammala può farsi curare.
Fuori dalla clinica, centinaia di migliaia di esseri umani non avrebbero potuto avere le cure ed i “Madame!” che erano riservati per me e tutto ciò invece che rassicurarmi mi faceva sentire in colpa, ancora più in colpa.

Per questo ho lasciato “la mia India” nel cassetto e ho atteso che facesse meno male, meno rumore, meno puzza, meno paura, meno distanza, meno differenza, un po’ meno tutto, insomma.

Ci voleva una pandemia mondiale per farmi fare e comprendere una lunga serie di cose e anche per farmi riaprire quell’enorme faldone [quante emozioni possono stare dentro tre settimane di vita?] e ripartire in quella direzione.

Ma da cosa ricominciare?
Dal cibo, chiaramente.

bty

Avevo bisogno di un version molto leggera di India, una versione omeopatica -diciamo- e ho riadattato il tipico “chay indiano” a quella che ora sono.
Il mio corpo, sempre più, chiede cibo sano, leggero, vegetale ed io oggi l’ho ascoltato.
Amanti autentici dell’India, non me ne abbiate, scansate queste righe ed andate oltre: ho fatto un chay vegano e senza teina.
Sì, un oltraggio.
Un’offesa bella e buona.

Ho infuso cannella, cardamomo, chiodi di garofano e zenzero fresco in un litro d’acqua e, con una parte di essa, ci ho infuso 80 grammi di fiocchi di avena. Li ho lasciati in ammollo una buona mezz’ora e sono andata a fare la mia sessione mattutina di yoga.
Al ritorno, ho frullato i fiocchi e li ho filtrati grazie ad un colino. Piano piano, ci ho aggiunto la restante parte d’acqua. Ho aggiunto un po’ di zucchero*, non me ne volessero né gli indiani né quelle meravigliose donne senza zucchero delle “Green Ganesha”.
[*integrale, almeno.]

E nulla.
E’ stato un primo passo.
Il profumo delle spezie ha inebriato la stanza (e i miei occhi) e il colore ricorda quello delicato del vero chay indiano. E’ meno impegnativo per il mio intestino e non ha teina dunque posso berlo in qualsiasi ora del giorno senza restare con l’occhio impallato al soffitto.

Insomma, per me è un esperimento più che riuscito ed il primo passo delll’India al di fuori da quel cassetto.
Chissà, che ora, riguardando le foto io non sia anche in grado di farci uscire delle parole.

dav

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