La parte più difficile di questo viaggio

La cosa più difficile di questo viaggio.

“-Ne*ri di me*da, per me possono affondare tutti” (Grosseto, circolo arci)
-“Sono dei traditori della loro patria se se ne vanno” (Grosseto, circolo arci)

-“Gli stranieri sono avvantaggiati rispetto agli italiani perché un giorno a settimana hanno diritto a non lavorare” (Porrettana)
-“Beh, ma anche agli irregolari Conviene vivere in Italia perché lo Stato gli dà qualcosina ogni giorno” (Pistoia)

-“Chissà poi perché non prendono l’aereo!?” (Piombino)
-“Con tutti questi ne*ri, la città è pericolosa” (Grosseto)

La cosa più difficile di questo viaggio non è fare l’autostop e non sapere chi mi carica.

Non è non sapere dove dormirò tra 3 giorni.
Non è nemmeno salire a piedi al Vomero, sotto al sole, con questo zaino e neanche chiedere una pizzetta senza poterla pagare quando ho una gran fame

 

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La cosa più difficile di questo viaggio é il toccare con mano l’ignoranza nel suo significato etimologico, creata ad arte da una classe dirigente, per essere pilotata e lanciata, come una bomba, nella rabbia.
Nella guerra innaturale contro l’essere umano più fragile.

Sentire queste frasi con le mie orecchie é atroce, sconfortante, mi fa paura perché sono menti sdradicate dai corpi, dalla realtà e dunque facilmente pilotabili in qualsiasi direzione.
Perché sono menti che non pensavo ma bevono come lavandini.
Occhi che non vanno oltre. Corpi che non vivono, orecchie sorde che hanno paura. Vivono nella paura e nella convinzione di essere vittime di ingiustizia.

É la cosa più faticosa di tutto il viaggio,
Ma è lì che devo stare.

Sono loro le persone che io cercavo.
Per respirare un attimo e poi domandare, raccontare. Aprire la porta e così uno spiraglio. A volte sono riuscita.
“Non lo sapevo che i marocchini avessero bisogno del visto per venire in vacanza qui”. “Non lo sapevo che gli eritrei non hanno il passaporto”
A volte, invece, non c’è nemmeno stato modo di arrivare alla maniglia, solo urla, solo violenza. Nessuna intenzione di ascoltare chi ha più conoscenze e competenze in materia. È troppo bello avere un nemico chiaro da combattere che viene da fuori. Dà troppo gusto per stare a sentire cosa c’entra Dublino con l’obbligo di consegnare le impronte in frontiera.

Sono loro le persone con cui io devo stare.
É lì che c’è bisogno di ascoltare le paure, di accogliere e di mettere un po’ di luce.
Cosa ti spaventa? Perché sei così arrabbiato? Cosa ti manca?

É che lì che posso raccontare di me, di quanto è cresciuto Mustapha in questi anni e di quanto è bello vederlo sereno, dei deliri e delle contraddizioni del sistema d’accoglienza e della complessità mondiale che non si può ridurre ad un dibattito politico.

É lì che voglio portare domande, più che risposte.

È lì che tutta la bellezza che io osservo in questo Paese va travasata. É lì che la finestra va aperta per far entrare la luce.

É la cosa più difficile di questo viaggio, ma é la sola che è urgente fare.

On the road
2019

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