La Vita che si Viaggia

Mi sento Libera.

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Piedi Scalzi alla Casetta di Lampedusa (Collettivo Askavusa)

Il motivo per cui amo viaggiare.
Per cui mi emoziono immaginandomi sulla Cuesta del Obispo, a respirare altitudine e solitudine.

Il motivo è tutto dentro la pancia.

Questa cosa del vento in faccia, delle mani sporcate dal fango, graffiate dai rovi,
dal naso zeppo di polvere rossa,
degli occhi invasi di paesaggi immensi, vasti come mai prima,
di Natura dominante che entra dai bulbi oculari e, prepotente e disarmante, spalanca e riempie tutto; riempie la fronte,
la testa, il cervello, il collo tatuato, la gola -scoppia sempre in gola l’amore-,
le spalle, il cuore, i polmoni deboli di quando ero bambina, i bronchi catarrosi, i reni che avevano paura, l’intestino, le ovaie queste nuove amiche, la pancia.
La pancia.
La Natura come un ruscello che crolla, preso dall’inesorabile, in una cascata e poi diventa fiume; fiume che si gonfia
d’acqua e acqua e acqua, come le labbra quando sono baciate bene, come il sesso quando è un flusso inarrestabile,
da cui non si retrocede, ingrandisce fino a scoppiare.

Bam!

Lanciandosi nel mare.
Acqua.
Cambia tutto e così il fiume sparisce.
E gli occhi, il cervello, i polmoni, il sudore, il fegato, le giunture delle ginocchia, i piedi non sono più quelli di prima.

Hanno visto. Hanno annusato.
E sono cambiati dentro.

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Oualidia, Marocco, 2015

Il motivo è lo stare sola in mezzo al mondo, e guardarmi, dall’alto, in una terra, magari su un’isola piccola come Lambadoza,
e vedermi un puntino lontano migliaia di kilometri dal posto in cui sono nata,
da dove, la mia Vita quotidiana prosegue indisturbata dalla mia assenza immaginando un filo, rosso, che è sempre abbastanza lungo da lasciarmi
andare ma non da perdermi.
Come l’amore di un Uomo.
Come l’amore di un padre.

Io vorrei veramente che chi mi ha messo al mondo, capisse quanto è importante tutto ciò per la mia Felicità.

Chi mi ha fisicamente donato la possibilità di vedere tutto questo, mi comprendesse in questo bisogno di andare..
Andare per la gioia di andare.
Tornare per la gioia di farlo.

Per questo motivo ho amato il film “Il cammino per Santiago”, in originale “The Way” (E. Estevez).
Per questo viscerale motivo.

Non per i paesaggi, per questa capacità immediata di trasmettere il senso del pellegrinare e la voglia percepita dalle mie piante plantari
di massaggiarsi sulla terra.
Non per i personaggi, così definiti e finiti, così completi da sembrare amici storici,
Non per l’amore immediato che scoppia tra loro, che mi ha ricordato i tanti incontri di viaggio con persone che ho adorato all’istante e che
non ho mai più rivisto
Non per gli spunti che mi ha dato su quello che io vorrei fare da grande, cioè adesso

Il colpo di fulmine è scattato quando ho visto un padre arrendersi al dolore,
alla Vita, talvolta così bastarda e testarda,
e finalmente sentire, sulla propria pelle,
il motivo per cui il figlio si metteva in cammino,
perché quel sangue del proprio sangue, aveva l’urgenza di vedere la Terra a cui si sentiva di appartenere,
di trovarsi nel delirio di Jama el Fna, di vedere l’India, di toccare l’India, di ingoiare pezzi d’India,
di stare nel mondo,
di mangiare, dunque di farsi nuovo, costruirsi e ricostruirsi, nutrirsi, di cibo offerto, cucinato in chissàquale casa da chissàquali mani;
mani di altri esseri umani,
mani nere, bianche dipinte d’henna, mani a cui mancano dita,
mani addobbate d’anelli d’oro, mani sporche di olio fritto, mani che chissà cosa hanno toccato,
mani che lavati le mani prima di mangiare, mani che togli le mani dalla bocca.
Mani che non si bruciano nel vapore del cous cous bollente. Mani che grattano schiene e cullano neonati. Mani che ti prendono le mani.
Mani così difficilmente vicine nelle nostre bianche città ma così facilmente sorelle, nella Vita.

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Masai Mara, Kenya, 2015

“Il Cammino per Santiago” è la storia di un padre che incontra finalmente suo figlio, che impara a vederlo come una persona adulta e rispettarlo,
a lasciarsi osservare il mondo dai suoi occhi.
E’ il racconto, onesto e dolce, di un uomo si mette in strada per la prima volta,
scoprendo anche dentro di sé, l’autentico.
Andando oltre tutto ciò che è conosciuto e comodo, per amore delle sue stesse viscere, in suo onore e ricordo.

E’ una storia d’amore,
di fiducia e di coraggio, del bisogno urgente e non rimandabile, finalmente, di imparare,
che mi ha messo voglia di accogliere pellegrini nella mia casa,
che mi ha fatto sentire la malinconia di Giacomo, Giosy, Enrico, Eliana, Samir e di tutti gli incontri fatti in viaggio.
Così lontani, così per sempre, in qualche modo, vicini.

 

Figli. Padri.
E ancora e sempre Figli…della stessa Terra.

 

Viaggiare é vita all’ennesima potenza, nella piena consapevolezza di avere un privilegio enorme,
di essere una dei pochi cittadini del mondo a poterne godere,
lo faccio con tutta la cura e l’amore di cui sono capace.

“La Vita non si sceglie, si Vive” – The Way, di Emilio Estevez:

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