La benedizione del Vecchio Masai

Trattiamo bene la Terra su cui viviamo: essa non ci è stata donata donata dai nostri padri, ma prestata dai nostri figli
(proverbio Masai)

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Masai sulla spiaggia di Diani Beach, Kenya, 2015

Pare assurdo ma è così: Viaggiare ha rafforzato l’amicizia con alcune persone che erano rimaste a casa. Stelle che mi proteggevano da lontano. Zingare. Donne.
Una di queste, l’estate scorsa era incinta.
La sua gravidanza è stata una danza lunga nove mesi di verità, amore e pane. Lei è una Dea, una di quelle donne che scava con le mani, beve l’acqua della sorgente e si graffia la pelle, ma è più bella di prima.
Lei e il suo compagno sono di quelle persone che ti ospitano a casa quando sei in mille pezzetti e ti riportano in stazione soltanto quando stai, di nuovo, in piedi da sola. Sono due che si sono innamorati e hanno scelto di intrecciare le loro radici. Sono due matti, due matti belli per davvero.
Quando mi hanno consegnato “il compito” per il mio Viaggio, mi trovavo in Kenya: dovevo trovare 3 curanderi e fargli un regalo. Tre curanderi nella metropoli di Nairobi che pullula di poster di veggenti e mangiasoldi sembravano un’utopia.
I miei ultimi giorni kenyoti li ho passati alle porte della riserva faunistica del Masai Mara, nella pianura del Serengeti (sud-ovest del Kenya) e lì ho avuto modo di incontrare un gruppo di Masai: uno di loro accompagnava gli stranieri al villaggio mostrandogli le danze, le abitazioni ed illustrando loro le tradizioni della cultura locale.
Ricordo che nel buio di una piccola casa fatta di fango, ci chiesero se avevamo domande.
Il curandero! Se non qui, dove?” saltai in piedi con un misto di gioia ed eccitazione e chiesi chi era il medico del villaggio, volevo capire come e con che cosa si curavano, chi era il punto di riferimento: senza esitazione alcuna, mi accompagnarono dall’Anziano.
Lui era il dottore.

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Da sinistra: il giovane traduttore, io e il Vecchio Masai

Il traduttore, invece, era la guida, un giovane che aveva studiato a Nairobi ed era poi tornato a casa, ai riti di iniziazione dei ragazzi che partono per vivere nella savana fino ad affrontare il Leone, alla Terra Rossa dalla quale, verso il cielo, si sbracciano come innamorate pazze le acacie , alle mutilazioni genitali femminili e ai matrimoni precoci, alle danze “il più alto! Guarda chi salta più in alto!”, ai letti fatti di fango e di terra, alle stelle come unica luce nella notte, alla poligamia e all’analfabetismo. A tutto questo mischiato insieme, come fosse un piatto di Ugali [alimento a base di farina di mais e acqua, simile alla polenta] cucinato dalla mani più sapienti.
Stavo per incontrare il primo curandero, il primo della mia vita e del mio compito…ma cosa volevo da lui? La risposta arrivò immediata ed era una benedizione per il primogenito in arrivo di questa mia cara amica lontana: lui non si scompose, mi fece sedere per terra, strappò delle erbe a pochi passi da me, ci sputò sopra sonoramente e me le nascose sulla pancia sotto la maglietta e dentro ai calzini. Mi disse poi che avrei dovuto tenerle così fino a sera e poi posizionarle sotto al letto su cui avrei dormito fino alla mattina seguente. Una volta tornata in Italia, avrei dovuto tenere in grembo il piccolo per un’ora.
E il mio regalo?
Cosa potevo regalare a un vecchio Masai della Savana, io, che avevo lasciato il mio zaino nella capitale e l’ultimo negozio l’avevamo visto troppe buche e km prima?
Denaro: Era l’unica cosa che avevo con me. Smonta la magia di tutto il racconto, ma il Vecchio non si è risentito per niente e ha sorriso consegnandomi un foglietto:
perché pur vivendo nella Savana, il Vecchio Masai si rende reperibile ai suoi pazienti, (anche a quelli oltreoceano!) ed io sono ripartita con un numero di telefono (quello della scuola più vicina), a cui i genitori del piccolo avrebbero potuto fare riferimento in caso di bisogno.

Asante Sana!

..E gli altri due curanderi?
Stay Tuned!

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Masai Mara National Park, Kenya, 2015

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